BULLI UN MITO SU ROUTE

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PERCHÉ BULLI?

Per i britannici si chiama VW Panelvan, negli Usa è noto come VW Bus, in Sudafrica come Campervan e in Brasile come Kombi. In Italia lo si è sempre chiamato minibus Volkswagenoppure Westfalia, dal nome del costruttore dell’allestimento camper. Tanti nomi? Sì perché oltre che in Germania, in un mondo che non conosceva ancora il concetto di globalizzazione, a partire dai primi anni Sessanta il Transporter T1 (poi T2 col parabrezza in pezzo unico e i vetri delle porte discendenti) è stato prodotto pure in Brasile, Perù, Sudafrica, Thailandia, Pakistan e Turchia per un totale – almeno per quel che riguarda le prime serie T1-T2 (oggi siamo al T6) su meccanica Maggiolino – di oltre 10 milioni di esemplari. Perché poi stia rinascendo in avveniristici prototipi elettrici a guida autonoma col nome di Bulli è presto spiegato: nel mondo di lingua tedesca “Bulli” è sempre stato il suo nome, contrazione di BUs e LIeferwagen (furgone).

60 ANNI DOPO

Cessata la produzione del Bulli in Brasile a dicembre 2013 (nel resto del mondo si era passati a nuovi modelli con carrozzerie più moderne e trazione anteriore), la passione per il minibus Volkswagen non è minimamente calata.

Basta una ricerca in rete per scoprire che c’è chi dal 2013 sta usandolo per attraversare tutto il continente americano dal Brasile all’Alaska e chi invece pubblica un vero e proprio videotutorial su restauro e trasformazione di un Panelvan del 1955.